Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
CAPITOLO 1: «Risvegli Nefasti»
– Giovedì 15 Ottobre 2026, 11:40 –
Leonie Delbrück aprì gli occhi, con un sorriso vittorioso stampato sul volto. Aveva dormito benissimo. Come poteva essere altrimenti? Negli ultimi quindici giorni non aveva dovuto spostare un piatto né fare una lavatrice. Aveva passato il mese di Settembre a occuparsi delle faccende domestiche sue e della sua coinquilina. Quel mese, invece, toccava ad Annika. Certo, questo significava che avrebbe dovuto pagare la spesa. Tutto sommato, era un buon compromesso. La libreria non apriva fino all'una e quindi poteva dormire quanto le serviva e guardarsi le nuove serie TV senza essere disturbata. Inoltre, Leonie adorava osservare Annika fare le pulizie.Al contrario suo, che era cresciuta dando una mano in casa come era giusto che fosse, Annika non aveva mai svolto certe mansioni all'interno della sua famiglia. All'inizio della loro convivenza, tre anni prima, era chiaro che non sapesse nemmeno da dove cominciare. Leonie provava un gusto immenso, quasi sadico, nel vederla con i suoi crop top a palloncino ipercolorati e le sue minigonne — o shorts quasi illegali per quanto fossero corti —, i capelli biondo platino lisci e acconciati alla perfezione, il trucco impeccabile e le unghie a stiletto sempre curate mentre lavava i piatti, strofinava le superfici, passava l'aspirapolvere e lo straccio.Quando Annika puliva era evidente quanto odiasse farlo e quanto, per lei, fosse pesante. Metteva sempre gli auricolari, come per dissociare la propria mente da ciò che le sue mani facevano, e sul suo volto ben definito c'era un'espressione di sdegno trattenuta a fatica, come se stesse lavorando in miniera.Anche se Annika non dava mai voce ai suoi pensieri, Leonie sapeva cosa le passasse per la testa.Lei, la "Principessa di Marburg". Bella secondo i canoni, stilosa, socievole, popolare, in una relazione stabile con un ragazzo altrettanto stupendo e dotato. Ridotta a sguattera per risparmiare qualche soldo. Quale affronto. Annika era convinta che la linearità della sua vita fosse merito suo e non della fortuna e guardava Leonie dall'alto in basso perché, dentro di sé, credeva che avesse contribuito alla propria sfortuna senza accorgersene. Colpa dei video di manifestazione e self help che guardava con un'ossessione quasi spasmodica.“Non esiste un menù, puoi ordinare quello che vuoi; se non lo ottieni è perché non ti impegni abbastanza o non usi la giusta strategia” .Leonie ridacchiò, sedendosi sul letto e stiracchiandosi.nnika si credeva migliore di lei, quando in realtà era un NPC con manie di grandezza e una fortuna sfacciata. Sì, era bella, ma in una maniera molto tipica per una ragazza tedesca: bionda, occhi azzurri, tratti marcati ma non troppo, abbastanza alta, magra e fit, senza curve particolari. Annika credeva di essere speciale, anche se le sue idee erano in linea con il mainstream e tutto ciò che fosse fuori dall'ordinario era alieno e sbagliato per lei. Era ossessionata dal proprio aspetto e si nutriva del rispetto e dell'amore condizionato di chi la circondava. Si credeva superiore a tutti, come se fosse una vera aristocratica e gli altri fossero dei pezzenti.Nonostante tutto, Leonie non odiava Annika. Provava una forte antipatia nei suoi confronti e qualcosa di simile all'invidia, anche se non nel senso classico del termine.Agli occhi di Leonie, Annika era una come tante, senza alcun talento particolare e senza una personalità fuori dagli schemi. Eppure studiava per il lavoro dei suoi sogni, i suoi genitori la aiutavano con le spese e aveva un ragazzo bello, bravo, simpatico e serio.Leonie invece...La sua vita e la sua identità erano state svuotate dalla diagnosi.Prima della malattia era stata una ragazza forte, brillante, determinata, simpatica, estroversa e piena di vita. Dopo essersi ripresa dall'esaurimento era diventata l'opposto. Si era trasferita in una città più piccola, aveva rinunciato a diventare psicologa, viveva con una coinquilina-estranea che era, di fatto, la sua nemesi e lavorava in una piccola libreria per uno stipendio basso.Aveva ventisette anni e non aveva ancora realizzato il sogno di trovare l'amore della sua vita e creare una famiglia. Era introversa e rassegnata. Aveva accettato di farsi trascinare dagli eventi, senza più lottare per nulla.In realtà le medicine funzionavano e anche se avrebbe dovuto continuare a prenderle per tutta la vita, era guarita.La paura, però, era rimasta. Una paura paralizzante e profonda che le diceva che, se avesse alzato la testa, il destino l'avrebbe colpita di nuovo. Che, se avesse ripreso gli studi, non sarebbe riuscita a reggere la pressione e sarebbe crollata.Allontanò quei pensieri con un sospiro. Non aveva alcuna voglia di piangere sul latte versato, non quando il suo "show preferito" stava per andare in onda.Se conosceva le abitudini di Annika — e le conosceva —, anche lei si era svegliata da poco e di lì a dieci minuti avrebbe cominciato a lavare i piatti.Nel mese in cui doveva pulire, Annika non era più la stella della casa, la privilegiata che aveva tutto ciò a cui Leonie aveva dovuto rinunciare. Era la principessa costretta a svolgere tutti i lavori domestici, compreso lavare e asciugare i panni di Leonie.Scese dal letto con un salto entusiasta.Quella mattinata non avrebbe potuto iniziare meglio.
Quando i suoi piedi toccarono terra, Leonie ebbe un sussulto. Per un secondo aveva avvertito una sensazione di vuoto, come se il letto fosse più alto del solito o se lei si fosse accorciata nel sonno.Alzò un sopracciglio. Strano. O forse no. Fece spallucce: aveva di meglio da fare che riflettere sull’altezza del suo letto.Per la prima volta da quando si era svegliata, si accorse che il buio nella stanza era… anomalo. Come tutti, lei dormiva al buio, con le persiane chiuse. Tuttavia, l’oscurità che aveva davanti era densa, uniforme, quasi come se si trovasse all’interno di un buco nero.Sbuffò.”Che sta succedendo?” mormorò tra sé e sé.Prima il letto sembrava più alto, ora l’oscurità era diversa. Forse le troppe ore di sonno avevano influito sulla sua percezione della realtà. Non importava. Doveva solo fare cinque passi in avanti e appoggiarsi al bracciolo della sua poltrona da lettura, posta proprio sotto la finestra. Non avrebbe dovuto essere difficile: la sua camera non era molto grande.Quando cercò di afferrare il bracciolo, le sue mani toccarono il vuoto e le mancò l'aria.La poltrona non era dove avrebbe dovuto essere.I battiti del suo cuore accelerarono. Prima il letto, poi il buio, poi la poltrona. Una cosa strana poteva essere una distrazione, due una coincidenza. Tre, invece, indicavano un pattern. C'era qualcosa di fuori posto nella stanza in cui si trovava.Fece un passo e si rese conto che era molto più grande della sua. Ne fece altri tre, quattro, cinque, sei, sette... Incespicava nel buio, sempre più spaventata, mentre il respiro si faceva affannoso. Otto, nove...
"Ma dai!" pensò, esasperata. "Quanto mai potrà essere grande questo posto?"
Dieci, undici... dodici.
Alla fine, la sua mano riuscì a toccare qualcosa di tangibile: delle tende spesse, morbide al tatto, enormi. Esitò. Una parte di lei voleva sapere dove si trovasse, l'altra sentiva puzza di guai. Guai grossi. Guai che avrebbero potuto allargare la sua vasta collezione di traumi. Alla fine decise di scostare la tenda. Quel posto era gigantesco ed era stato un miracolo non essere inciampata in nulla all'andata; figurarsi se avrebbe rischiato il collo al ritorno. Inoltre non sapeva nemmeno dove fosse la porta e, senza luce, le sarebbe stato impossibile uscire.Quando lo fece, impallidì.
Non soltanto non era la sua camera. Quella stanza era l’esatto opposto di tutto ciò che quella di Leonie rappresentava.La sua stanza era piccola, sui toni del grigio, in stile minimal chic. Il letto era matrimoniale, anche se ci dormiva da sola: uno dei pochi vantaggi dell'essere single. Da solo occupava quasi l'ottanta per cento dello spazio. C’era una sola finestra di medie dimensioni sulla sinistra, accanto al letto. Di fronte a essa si trovavano la sua poltroncina da lettura, anch’essa grigia, e un piccolo comodino sul lato opposto. Le uniche altre cose presenti nella stanza erano una TV da quarantatré pollici affissa alla parete di fronte ai piedi del letto e una cassettiera bianca. La camera di Leonie era molto impersonale, priva di qualunque segno distintivo. Sembrava più la stanza di un motel o di un bed and breakfast che quella di qualcuno.Quella in cui si trovava, invece, era diametralmente opposta. Non solo per la grandezza, tre o quattro volte quella della sua: anche per lo stile. Nulla, lì dentro, era minimal o grigio. L'architettura ricordava più una cattedrale che una camera da letto. C’erano archi, decorazioni e colonne ovunque. Le pareti erano così pigmentate e ricche di dettagli da sembrare vive.Tutto era verde, declinato in decine di sfumature. Le pareti erano color giungla: profonde, intense e brillanti, impreziosite da motivi elaborati. Vi erano dipinti serpenti di ogni tipo e colore, intrecciati a fiori bianchi e foglie. Anche il pavimento era verde, di una tonalità così scura da sembrare quasi nera.“Verde giungla scuro…” pensò Leonie.Al centro della stanza campeggiava un enorme disegno, una sorta di stemma. Rappresentava uno sfondo di foglie e fiori bianchi, dominato da una gigantesca D alla quale era avviluppato un serpente verde malachite con la bocca spalancata, le zanne in vista e la lingua biforcuta protesa in avanti, come se stesse per azzannare una preda. La lettera era rifinita in oro e il serpente presentava alcune squame rosse. I due elementi erano quasi fusi insieme: era difficile capire dove terminasse l’uno e iniziasse l’altra.Anche il letto era diverso. Molto più alto e largo del suo, si trattava di un baldacchino degno di un membro della famiglia reale. La struttura sembrava realizzata in oro massiccio. Coperte e cuscini riprendevano la stessa palette cromatica della stanza: la coperta, color verde ottanio, era decorata da fiori bianchi. I cuscini, verde Munsell, erano impreziositi da ghirigori dorati.Ai lati del letto c’erano due tavolini in oro con piano in marmo verde. Su ciascuno era appoggiato un vaso contenente fiori di un rosso intenso, dotati di una brillantezza sospetta che Leonie non aveva mai visto in vita sua. Ai piedi del letto si trovava una panca color verde trifoglio con gambe dorate.Per il resto non c’era alcun mobile. Niente cassettiere. Niente armadi. Nulla.Quando Leonie terminò di osservare la stanza, scostando del tutto le tende di seta color verde persiano, la gravità della situazione la colpì come un macigno.
Era in una stanza che non le apparteneva, situata in un luogo sconosciuto. Lo stomaco le si chiuse e sentì la nausea salire. Tuttavia, non era il momento di urlare. Doveva guardare fuori dalla finestra per cercare di capire dove si trovasse.Il cielo era limpido e pulito, il sole splendeva alto. Tutto ciò che riusciva a vedere era una sorta di foresta o giungla, piena di piante e fiori sgargianti. Foresta? Giungla? Dove diavolo era? Chi l'aveva portata lì? Cosa voleva da lei? Di certo era molto lontana dal suo modesto appartamento situato a Marburg, in Germania. Che lei sapesse, in Germania non esistevano foreste con quel tipo di piante dal bagliore esotico, tanto meno simili a una giungla.Pensò per un secondo all'ipotesi del rapimento. Scosse la testa. Chi poteva mai volere lei? Che valore poteva mai avere?All’improvviso, la realtà la colpì come un secchio d'acqua gelida.I trafficanti di esseri umani. Ecco chi.La sua autostima non era più alta ormai da anni. Detto ciò, Leonie sapeva di essere considerata attraente secondo i canoni sociali, anche se non in una maniera che urlasse "top model internazionale". Aveva un bel viso a forma di cuore. La mascella e il mento erano ben definiti e le guance avevano il giusto volume: né troppo tonde né troppo piatte. I suoi occhi, di un comune color nocciola, erano piccoli e molto intensi. Le labbra erano abbastanza carnose e il naso proporzionato e grazioso. Non era un naso all'insù: era dritto, con la punta arrotondata. I capelli erano il suo punto di forza insieme agli occhi. Lunghi, di uno stupendo rosso dorato naturale, erano mossi e scendevano sulle spalle in una cascata di boccoli ampi che sembravano sempre fatti con la piastra, anche quando non lo erano.Poi, c'era il suo corpo.Leonie era piuttosto bassa, alta un metro e cinquantasette, esile e magra, senza curve accentuate. Il suo fisico sembrava quasi quello di..."...di una preadolescente."Quella conclusione la fece tremare, rendendola ancora più spaventata, atterrita e disgustata. La sua mente correva come un treno. Era chiaro che quella casa non poteva appartenere a una persona povera. Se i file di Epstein le avevano insegnato qualcosa, era che i ricchi erano pedofili. Pedofili che predavano persone fragili, la cui scomparsa non sarebbe risultata importante a nessuno.Persone come lei.Il cuore batteva così forte che sembrava volerle sfondare il petto, mentre la testa girava come se stesse per svenire. Si sforzava di trattenere il senso di nausea crescente quando notò una seconda porta in fondo alla camera.Il tremore non sembrava voler passare e stava sudando freddo.
Senza pensarci, corse verso quella porta e la spalancò.Si trattava di un bagno. Le pareti erano più chiare, color verde caraibico. Anch'esse erano decorate da serpenti, che apparivano più generici di quelli presenti nell'altra stanza, in oro stilizzato.Sul fondo del bagno si trovava un'enorme vasca che sembrava fatta di giada, una di quelle antiche, con i piedi in oro. Anche il lavandino era insolito: una struttura dorata sorreggeva una sorta di bacinella, anch'essa in giada, sormontata da un rubinetto dalla fattura complessa, anch'esso dorato. Sul muro spiccava un enorme specchio romboidale, che sembrava uscito da una favola.Vedere il proprio riflesso fu il colpo finale.L'orrore che aveva provato fino a quel momento era nulla in confronto a ciò che stava vivendo.“Che cosa diavolo è successo alla mia faccia?” Quello fu l'ultimo pensiero razionale di Leonie.Poi iniziò il delirio.Urlò e, insieme all'urlo, dalla sua bocca uscì un sibilo inquietante, predatorio e sovrumano.L'urlo peggiorò le cose.
Leonie sgranò gli occhi ed ebbe la sensazione di smettere di respirare. Le tempie, la punta del naso, il mento... il suo volto era ricoperto da squame verde smeraldo. Le pupille erano dritte come quelle di un rettile, i canini erano un orribile incrocio tra quelli di un vampiro e quelli di un serpente.Nella sua bocca si agitava una lunga…rosata…lingua biforcuta. Urlò di nuovo, con gli occhi ormai colmi di lacrime.Afferrò quella che sembrava una saponetta, ignorando il fatto che fosse di un verde mare intenso, quasi radioattivo. Ormai la razionalità aveva abbandonato il suo corpo. Strofinò la saponetta con movimenti rapidi e frenetici, poi aprì l'acqua e iniziò a sfregarsi il viso con violenza, sperando che quel trucco sparisse.Non successe nulla.”Che cosa mi hanno fatto?” chiese a sé stessa, prima di cadere in ginocchio sul pavimento.Aveva dimenticato come si respirava.L'aria non riempiva i suoi polmoni.Il capogiro era così intenso che vedeva doppio, complice il velo di lacrime che le offuscava la vista. E se il pazzo ricco che l'aveva rapita avesse avuto un kink per i serpenti e avesse pagato qualche chirurgo in nero per sfigurarla?Era paralizzata.Tremava sempre di più. Non riusciva a respirare. Il cuore le faceva così male da sembrare sul punto di esplodere.Lo riconobbe subito.Un attacco di panico.Stava avendo un attacco di panico.O meglio, la madre di tutti gli attacchi di panico, il più forte e intenso che avesse mai avuto.
Poco dopo, qualcuno spalancò la porta del bagno con deliberata lentezza.Non appena vide di chi si trattava, Leonie spalancò la bocca in un'espressione di sorpresa. In quel momento, quella figura le sembrò quasi un angelo.Era una ragazza… o almeno una femmina. Questo era evidente. Era diversa da qualunque altra avesse mai visto, e non era un complimento alla sua bellezza — o, almeno, non solo — bensì una constatazione oggettiva.Tanto per cominciare, la sua pelle era blu pervinca.I capelli erano lunghi e fluenti, sciolti, con la riga in mezzo, color verde persiano. Erano mossi. Non come i suoi o come quelli delle ragazze umane. Sembravano fluidi, quasi iridescenti. Le onde erano meno definite e ampie, più strette e dalla texture irregolare, come quelle dell'oceano quando era agitato.Gli occhi erano intensi e profondi, color grigio squalo.Aveva i lineamenti di una top model: volto ovale e allungato, con zigomi alti e larghi che ricordavano una forma a diamante. Il mento era arrotondato e ben definito. Il naso era quello della celebre Instagram Face, il classico naso che sembrava ottenibile solo con una rinoplastica. Eppure, su di lei, appariva del tutto naturale. Il ponte nasale era dritto e privo di curvature, di media grandezza, con narici strette e simmetriche e la punta leggermente rivolta verso l'alto.Le labbra erano carnose.Benché il suo viso fosse da togliere il fiato, l'attenzione di Leonie era concentrata sulle sue orecchie. Erano semi trasparenti e membranose, percorse da una sottile trama di tessuto trasparente tesa tra raggi cartilaginei rigidi e appuntiti.Osservandola meglio, capì che anche il suo abbigliamento era insolito: una vera e propria armatura da battaglia.La parte superiore le aderiva come un guanto e si adattava perfettamente alla sua anatomia: le placche seguivano con precisione lo sterno, le costole e l'addome superiore. Gli spallacci erano di dimensioni medie, un equilibrio tra funzionalità e decorazione. Sugli avambracci portava dei parabraccia non troppo vistosi, dall'aspetto robusto. I guanti erano aderenti, con dita articolate e palmi rinforzati.Alla vita aveva una cintura che fungeva da fodero per una lunga spada.I pantaloni erano aderenti e avevano un'aria resistente, con rinforzi sulle cosce e sulle ginocchia. Indossava anche un mantello corto, né troppo pesante né troppo leggero, che le arrivava fino alle ginocchia. Gli stivali, in cuoio, salivano fino ai polpacci.I colori dell'armatura riprendevano quelli della stanza. Le parti rinforzate erano color verde Dartmouth. Pantaloni e maniche lunghe avevano una base rosso scuro decorata da ghirigori dorati. L'elsa della spada era dello stesso colore, mentre il fodero riprendeva il verde dell'armatura.Sul petto portava lo stesso simbolo che Leonie aveva già visto al centro della stanza: la D rossa e dorata avvolta dal serpente che sembrava sul punto di azzannare una preda.Una volta terminata quella meticolosa analisi, Leonie si rese conto che parte del panico stava scemando e che, pur con estrema fatica, ora riusciva di nuovo a respirare. Non era un respiro tranquillo: risultava affannoso, quasi asmatico.Davanti a quella scena, la ragazza dalla pelle blu pervinca inclinò la testa.“Signorina Delyrath, va tutto bene? Non vi ho mai vista così”.Lo disse con tono pacato, malcelando la preoccupazione, con una punta di dolcezza che lasciava intuire quanto, in qualche modo, tenesse a lei.Chi era la signorina Delyrath? Lei era Leonie Delbrück e nessuno, in tutta la sua vita, l'aveva mai chiamata "signorina".
Leonie alzò gli occhi verso di lei e la guardò dritta, cercando di spiegare la situazione.“Io… io…” Niente da fare.Il panico stava tornando.Il respiro le mancò di nuovo e si coprì il volto con le mani, piangendo.“Questa non è la mia camera… sono stata rapita… il mio volto… il mio volto… mi hanno sfigurata… io… non capisco che succede… voglio solo tornare a casa… io mi chiamo…” Fece una pausa.Era davvero una buona idea fidarsi di un'estranea che sembrava una parente di Lagoona Blue? Poteva essere una vittima come lei oppure qualcuno che collaborava dopo essere stata sfigurata a sua volta.La ragazza si inginocchiò accanto a lei, le prese le mani e gliele allontanò dal viso.“Voi vi chiamate Lyssara Delyrath e siete la prossima Leader di questa Contea”, aggiunse. “Non so cosa vi stia succedendo… il vostro viso è come è sempre stato. Non capisco cosa intendiate, ma vi comprendo. So che l'ultimo posto in cui vorreste trovarvi è una riunione politica. Ciononostante, come sapete, il principe Fenvalur ha attaccato una terra della coalizione e dobbiamo agire. La vostra presenza è richiesta. L'incontro è iniziato già da un'ora. Siete in ritardo e tutti vi stanno aspettando”, concluse con fare fermo. “Lyssara… Delyrath?” mormorò Leonie, sbigottita.La voce nella sua testa urlava:"Che stai dicendo, donna-pesce sexy e affascinante? Il mio nome è Leonie, Leonie Delbrück, e non conosco nessuna Lyssara Delyrath. Di certo il mio viso non è sempre assomigliato a quello di un serpente”. Più la donna-pesce parlava, più Leonie si rendeva conto che la sua teoria del miliardario con un kink che rapiva donne sprovvedute e ne modificava l'aspetto con tutta probabilità non aveva niente a che fare con ciò che stava succedendo.Anche perché la guardia non sembrava affatto una persona facile da rapire. Era alta almeno un metro e ottanta e aveva un fisico atletico e scattante. Non era particolarmente muscolosa, ma era evidente che fosse allenata. E, soprattutto, era chiaramente adulta: il suo fisico non aveva nulla di prepuberale.Il pensiero che quella teoria potesse essere sbagliata fece sì che il panico continuasse a diminuire e, poco a poco, Leonie riprese a respirare senza sforzo.Alla sua domanda, la guardia annuì.“Lyssara Delyrath, la prossima Leader di Contea. La preferita dei cittadini” A quelle parole, Leonie alzò un sopracciglio.“La preferita dei cittadini?” esclamò, sbigottita.Lei non era mai stata la preferita di nessuno.Un sorriso speranzoso e quasi infantile le illuminò il volto.Vedendola così sorpresa, la donna-pesce rise.“Come se non lo sapeste. Non passate gran parte della giornata a ricordarlo a chiunque osi dimenticarlo? Andiamo, alzatevi e venite con me. Oggi è un grande giorno. Voi e vostro padre potreste fare la differenza” asserì. Leonie annuì.Fare la differenza.Lei poteva fare la differenza in una situazione critica? Da quando?Ad ogni modo, quelle parole la convinsero ad alzarsi da terra e a prendere la mano che la donna-pesce le stava tendendo.Una volta in piedi, rimase di nuovo basita.La guardia avrebbe dovuto essere alta almeno ventitré centimetri più di lei.In quel momento, invece, sembrava superarla di appena cinque.“Seguitemi. Non potete presentarvi così all'assemblea. Dobbiamo procurarvi dei vestiti adatti” esclamò la guardia. Solo in quel momento Leonie si accorse di non indossare più il suo pigiama intero di pile beige, quello a forma di maglione.Al suo posto portava una camicia da notte leggera, dallo stile vittoriano: a mezza manica, lunga fino quasi ai piedi, con il collo alto rifinito di pizzo. Anche le estremità delle maniche erano ornate dello stesso pizzo. La veste, color verde mare chiaro, scendeva morbida sul suo corpo, avvolgendolo.“Dopo di voi”, disse alla donna-pesce, prendendola sottobraccio.La donna sussultò per un istante, poi sorrise senza mostrare i denti e la accompagnò fuori dalla camera.Qualcosa diceva a Leonie che quell'assemblea sarebbe stata memorabile.Certo, era preoccupata e aveva mille domande. Ma, per la prima volta nella sua vita, era la preferita di qualcuno e poteva addirittura fare la differenza."Forse ho preso per sbaglio qualche droga pesante e sto avendo un'allucinazione", pensò Leonie, ridacchiando tra sé e sé.A scapito di questo, il sottotesto del suo cuore era chiarissimo:Se questo è un sogno, non svegliatemi.
– 15 Ottobre 2026: Marburg, Germania, 14:00 –
Quando Lyssara Delyrath aprì gli occhi, ebbe l'immediata sensazione che qualcosa fosse fuori posto. Per prima cosa, era sicura di non indossare la sua camicia da notte. L'indumento che portava era pesante, fin troppo coprente, e il tessuto era di qualità inferiore. Anche il buio nella stanza era anomalo. La sua finestra aveva pesanti tende di seta che, una volta chiuse, creavano un'oscurità fitta e omogenea, simile a quella di una caverna. Quella che la circondava ora era meno intensa e vibrante, segno che la finestra della stanza in cui si trovava aveva tende molto più grossolane e inadatte a creare l'atmosfera ideale per il riposo. Inoltre si sentiva troppo riposata, come se avesse dormito più del dovuto. Anche il materasso sembrava diverso: meno morbido e molto meno comodo. Si alzò di scatto: la riunione. Era in ritardo. Per la prima volta in tre anni di formazione come prossima Leader della Contea di Aspidion, sarebbe arrivata tardi. Certo, quella preoccupazione era secondaria, dato che il suo sesto senso le diceva che non si trovava nella sua camera e non indossava i suoi vestiti.Questo non rendeva la riunione meno importante. Scese dal letto. Il suo primo obiettivo era chiaro: individuare la posizione della finestra così da poter aprire le tende e vedere con i propri occhi il luogo in cui si trovava. Nella sua camera, la finestra distava circa dodici passi dal letto.Un passo, due, tre, quattro, cinque…Non riuscì a fare il sesto.Era andata a sbattere contro qualcosa.Il ginocchio colpì con forza l’ostacolo e Lyssara aprì la bocca per lamentarsi.”Ouch!” sentì sè stessa esclamare,portandosi d’istinto la mano alla gola.Che cosa era successo alla sua voce?Sembrava più acuta, flebile e delicata del solito e… dalla sua bocca non era uscito alcun sibilo.Lei sibilava sempre quando era arrabbiata o si faceva male.
Sbuffò, ricomponendosi, ed esaminò con le mani l'oggetto contro cui era inciampata. Si trattava di una sorta di sedia rudimentale, semimorbida, anch'essa ricoperta da un tessuto alquanto scadente.Storse il naso.Tutti gli indizi suggerivano che fosse stata rapita da una persona di basso rango e dai gusti discutibili. Cercò di riflettere: quale individuo sano di mente avrebbe rapito la figlia del Leader di una Contea grande come Aspidion, nonché Leader in formazione? Nessuno che le venisse in mente. E, soprattutto, nessuno che avesse la minima idea di come funzionasse la politica di Communia.Chiunque avesse anche solo un'infarinatura di politica avrebbe saputo che rapirla costituiva una violazione dei Patti fra Razze e, di conseguenza, un incidente diplomatico capace di sfociare in guerra.La persona che l'aveva catturata doveva quindi essere povera, rozza e poco colta.Era strano.Pochissimi soggetti in tutta Communia possedevano quelle caratteristiche e nessuno di loro sarebbe stato abbastanza abile da aggirare la scorta delle guardie di suo padre e portarla via nel cuore della notte senza che nessuno se ne accorgesse.La sua intuizione iniziale si rivelava sempre più corretta.Qualcosa, in quello scenario, non quadrava.Continuando a esplorare la stanza con le mani, trovò infine un vetro. Lyssara annuì, sfiorandosi il mento e accorgendosi che non c'erano squame.Com'era possibile?Lei era un' Ophirae dalla nascita.Aveva sempre avuto le squame.Inspirò, cercando di concentrarsi.
Doveva usare tutta la propria intelligenza e capacità strategica per capire dove si trovasse. Il resto poteva attendere.Aver trovato la finestra era un buon segno ed allo stesso tempo, una pessima notizia.Quella stanza era troppo piccola per appartenere a una casa.Era molto probabile che si trovasse in una cella.Quando aprì le tende, sperando di ricavare qualche informazione utile, alzò un sopracciglio, esterrefatta.Le tende erano cortissime e leggere e la finestra era oscurata da una struttura rettangolare in legno composta da una serie di sbarre orizzontali.Lyssara aggrottò le sopracciglia.Quale barbaro aveva bisogno di una cosa tanto antiestetica e antidiluviana per creare l'oscurità, quando bastavano delle tende adeguate?Se non altro, ora aveva la conferma di quanto fosse infimo lo status sociale di chi l'aveva rapita e quanto dubbio fosse il suo intelletto, mentre la presenza delle sbarre — seppur orizzontali — risultava coerente con la teoria della cella.Aprì la finestra tramite una maniglia dalla fattura poco raffinata.Non appena ebbe una visuale migliore sulle sbarre, rimase sorpresa: non sembravano fissate in alcun modo.Provò ad aprirle.Con suo grande stupore, ci riuscì.I pannelli di legno si separarono senza alcuno sforzo, lasciando entrare la luce.Lyssara si voltò verso il letto.La cella era orrenda, ma non somigliava a quella di un prigioniero comune.Era una camera piccola e soffocante, dove tutto era grigio e impersonale. Nessuna decorazione elaborata, mobilio ridotto al minimo.Il letto era abbastanza grande e occupava quasi tutto lo spazio.C'era poi un mobile bianco basso con dei cassetti e quella sedia rudimentale contro cui aveva sbattuto poco prima.Un dettaglio attirò la sua attenzione.Sulla parete di fronte al letto era appesa una struttura rettangolare nera, la cui superficie sembrava fatta di vetro.Somigliava a uno specchio.Risultava però più spessa e molto più scura.Avvicinandosi, Lyssara si accorse che il riflesso risultava sfocato e poco nitido.La persona che l'aveva rapita sembrava essere tanto insolita quanto povera e priva di gusto.
Dopo aver osservato quell'oggetto senza comprenderne la funzione, si voltò verso la porta.Era una semplice porta di legno chiaro, dall'aria poco solida.Sapeva che avrebbe dovuto essere chiusa. Tentò comunque di aprirla.Con sua ulteriore sorpresa, si aprì senza alcuno sforzo.Questo mandò in frantumi lo schema logico che aveva costruito fino a quel momento.Quale rapitore sarebbe stato tanto stupido da rinchiudere una prigioniera in una cella arredata con una finestra dalle sbarre rimovibili e una porta aperta?E, soprattutto, a cosa serviva quel mobile con i cassetti?Di certo il rapitore non si era preso la briga di portare con sé anche i vestiti di Lyssara.Non avrebbe avuto alcun senso.Riflettendoci, Lyssara si rese conto che nulla, in quella situazione, aveva davvero senso.Provò ad attraversare la soglia per verificare che non ci fosse qualche barriera magica a proteggerla.Ancora una volta, non incontrò alcuna resistenza.
Si ritrovò dunque in un’altra stanza, poco più grande. Per gli standard di Lyssara era comunque angusta, visto e considerato che la tenuta dei Delyrath era l’equivalente di una reggia.Se non altro, l’illuminazione della seconda stanza era migliore rispetto alla prima, grazie alla presenza di una porta-finestra di medie dimensioni.Lo stile di arredamento era lo stesso: spoglio, impersonale, monocromatico e piatto. C’era un divano beige, basso e abbastanza spazioso, un tappeto color marrone chiaro e peloso, che copriva una piccola porzione del pavimento color panna e un tavolino nero in vetro dalla forma rotonda, situato di fronte al divano. Sulla parete di fronte ad esso c’era un mobile rettangolare bianco che reggeva un altro specchio-non specchio, anch’esso nero, più grande rispetto a quello che aveva esaminato prima.“Chissà a cosa servono” pensò Lyssara tra sé e sé, sospettosa.I muri erano color grigio perla, uniformi, lisci e privi di abbellimenti. Alzando gli occhi verso il soffitto, Lyssara notò che l’illuminazione era affidata a dei faretti tondi e piatti, equidistanti fra loro, al momento spenti.Prima che potesse proseguire con l’esplorazione del luogo, un rumore artificiale, intenso e fastidioso, interruppe il flusso dei suoi pensieri. Lyssara si fermò, rimandando l’ispezione. Stava cercando di capire da dove fosse venuto quel suono, arrivato all’improvviso e scomparso con altrettanta rapidità. Una breve pausa, poi il rumore tornò. Rimase nell’aria per qualche altro secondo, poi terminò.Dopo un’attenta analisi, Lyssara capì che proveniva dalla porta color azzurro carta da zucchero, situata a pochi passi da lei. Si diresse in quella direzione con fare circospetto, appoggiando l’orecchio alla porta e attendendo il ritorno del rumore.Al suo posto, però, arrivò il suono di una voce femminile sconosciuta a Lyssara.“Leonie, sei tu? Sono io, Adelheid. Oggi non ti sei presentata al lavoro. Così non va bene. Apri la porta, dobbiamo parlare” esordì. Per Lyssara fu difficile interpretare il significato del tono di voce di quella donna. Era duro, ma non inflessibile. Gioviale, ma non amichevole. Allo stesso tempo assertivo e minaccioso.“Leonie, sono Adelheid” aveva detto.Lyssara alzò un sopracciglio. Chi era Leonie? Ma soprattutto, chi era Adelheid? Di che lavoro stava parlando? Lyssara era sicura solo di una cosa: quelli erano i nomi più brutti e comuni che avesse mai sentito.Ovunque si trovasse, non era un bel posto.Ad ogni modo, decise di aprire la porta.
Afferrò la rudimentale maniglia e aprì. Qualcosa si mosse nelle viscere di Lyssara quando vide la donna che aveva parlato.Fu persino tentata di sbatterle la porta in faccia e andarsene. Dopotutto, lei non conosceva nessuna Adelheid e nessuna Leonie. Qualunque fosse il problema, non la riguardava.Infine, non lo fece: analizzò invece la donna con attenzione.Ciò che stava vedendo era inconcepibile per Lyssara. Era una donna vestita come una serva o, comunque, una popolana di ceto basso, ma con una presenza e un portamento degni del Re dei Fae.Lyssara dovette ammetterlo: era bella per avere centocinquant’anni. Tuttavia, era piena di contraddizioni anche nell’aspetto, non solo nel vestiario.Per esempio, i capelli erano cortissimi e bianchi.Nonostante questo, il suo viso esprimeva femminilità. Non una femminilità dolce e rassicurante:Una autorevole e minacciosa che fece fare un passo indietro a Lyssara.La pelle era rosata e pallida, i lineamenti erano duri e ben definiti. Gli occhi erano piccoli, quasi felini, color ceruleo. Il naso era dritto, le labbra sottili. Zigomi alti e ben definiti. Lo stesso valeva per il mento. Le rughe che solcavano il suo volto non sottraevano nulla alla sua aura di potere né alla sua bellezza. Anzi, Lyssara aveva la sensazione che enfatizzassero ancora di più entrambe le caratteristiche, in netto contrasto con gli stracci che indossava.
Il timore di Lyssara non veniva solo da questo. Ciò che più la inquietava era che non riusciva a capire a quale macro-razza appartenesse.I capelli erano bianchi, quindi non poteva intuire il loro colore naturale. Guardando il colore degli occhi, si sarebbe detta una Symbiontii. Soltanto loro avevano gli occhi blu, gli unici in tutta Communia, fatta eccezione per alcuni Animorphi. C’era un solo problema: non aveva gli altri tratti. La sua pelle non era giallo daffodil, né banana, né limone. Tutti i Symbiontii avevano la pelle di uno di questi colori. Gli occhi non erano abbastanza a mandorla. I lineamenti erano troppo definiti.La forma del viso dei Symbiontii era tonda oppure ovale. Anche gli zigomi erano troppo marcati. Quelli dei Symbiontii erano alti, larghi e piatti.Il loro naso era più piccolo e grazioso e la loro mandibola più arrotondata, con un mento meno definito o più appuntito, a seconda dei casi.L’ossatura suggeriva si trattasse di un’elfa femmina.Loro avevano lineamenti forti e decisi, come i suoi. D’altro canto, la sua pelle era troppo scura per appartenere a un elfo albino e di certo non poteva essere un elfo ebano.Davanti al mutismo di Lyssara, la donna si schiarì la voce, guardandola dritta negli occhi.“Eccoti qui, Leonie. Era ora che ti facessi vedere” esclamò, tagliente. L’espressione era cauta, neutra e severa.
“Ci dev’essere stato un errore. Io mi chiamo Lyssara Delyrath e non conosco nessuna Leonie. Forse vi trovate nel luogo sbagliato” ribatté Lyssara, assumendo la stessa espressione della donna dai capelli bianchi.La donna sospirò, aggiustando con fare nervoso lo straccio color verde oliva scuro che indossava sopra i pantaloni neri.“Stai avendo un altro episodio, vero?” incalzò la donna. Il tono di voce era più conciliante e lasciava trasparire una certa preoccupazione.L’espressione di Lyssara mutò. Non importava quanto quella donna fosse bella o autorevole. Era una civile e Lyssara faceva parte dell’autorità di Communia. Era l’erede in formazione e doveva comportarsi da tale.“Non puoi continuare così. Ti eri ripresa… dovresti conoscere le tue psicosi, a questo punto. Smettila di assecondare la voce nella tua testa e torna alla libreria con me. Solo così puoi evitare di distruggere tutto ciò che hai costruito” proseguì la donna.Il tono autoritario era tornato e ora le stava dando un ordine.Lyssara strinse i pugni. Era un’autorità e questo significava che aveva dei diritti ma anche dei doveri e non poteva esplodere di rabbia come una plebea qualunque.“Io non devo fare proprio niente. Nel caso non lo sapeste, io sono l’erede in formazione nonché prossima Leader della Contea di Aspidion ed è meglio che teniate bene a mente che il rispetto per la mia carica non è opzionale, Signora” replicò. La sua espressione si era indurita e la sua voce faceva trasparire lo sdegno.“Oh, dolce Leonie, che ti è successo?” sussurrò la donna dai capelli bianchi con fare quasi materno, avvicinandosi a lei con una mano alzata, come se volesse toccarla.La rabbia deformò i lineamenti di Lyssara, che fece un altro passo indietro.“Non credo sia il caso che mi tocchiate. Io non sono la dolce Leonie, non la conosco, non vi seguirò da nessuna parte e, soprattutto, non sono una vostra sottoposta” sibilò. Il tono della sua voce era diventato acido, quasi minaccioso.“Leonie, io non rinuncerò a te, non questa volta” ribatté la donna con fare determinato, facendo un ulteriore passo verso di lei.Lyssara digrignò i denti. La rabbia che sentiva le stava facendo ribollire il sangue. Ci aveva provato: a seguire il protocollo, a salvare le apparenze, a gestire la situazione. Quella donna l’aveva scambiata per qualcun altro e non voleva sentire ragioni. Le rimaneva una sola strada: usare il dono dell’ipnosi per obbligarla a tornare da dove era venuta.Fece un passo avanti e guardò la donna negli occhi. La sua espressione mutò da irritata a concentrata, mentre sussurrava:“Io non sono Leonie, sono Lyssara. Voi siete confusa, mi avete scambiato per qualcun altro e ora se ne andrà per non tornare mai più”. Perché l’ipnosi funzionasse, doveva ripeterlo almeno tre volte, dunque lo fece.La donna non si spostò di un millimetro. Inspirò ed espirò, come se stesse trattenendo le lacrime.“D’accordo. Me ne andrò. Prenditi un mese di pausa, ma ti prego, curati e… mi dispiace, ma questo mese posso darti solo metà stipendio” concluse, rassegnata e pensierosa.Lyssara scoppiò a ridere.“Lei, una civile, vuole dare uno stipendio a me? Io non lavoro. Io dirigo la Contea insieme a mio padre e non ho bisogno del suo aiuto. Buona giornata, signora. A mai più rivederci” precisò con un sorriso vittorioso.La donna sembrava atterrita. Se ne andò con lo sguardo basso e le spalle curve.“Che gente strana esiste al mondo” pensò Lyssara tra sé e sé, chiudendo la porta e tornando alla sua ispezione.